Sul CdT alcune riflessioni sul global compact sulla migrazione e sulla sua non firma da parte di alcuni Stati…

Patto mondiale sulla migrazione

23 obbiettivi e 10 principi elaborati da 192 stati ed enunciati in un documento di circa 40 pagine di approfondimenti per la stesura di “linee guida” per la gestione condivisa e ordinata di un fenomeno, quello della migrazione.

Fenomeno che come ben sappiamo è strutturale e di portata epocale ed universale e non più solamente un’emergenza temporanea e locale, che va dunque risolto con un approccio di lungo termine e misure che tengano in considerazione tutte quelle variabili di forti mutamenti sociali, ambientali e geopolitici che di fatto ci presentano un contesto che ci trova viepiù impreparati.

Mi riferisco al Patto Mondiale Per la Migrazione, che dopo un’attenta lettura, ci si rende conto che  di “patto” nel vero senso del termine non si tratta, bensì di un’analisi approfondita e estremamente realistica che mette nero su bianco l’intero processo che da origine ai flussi migratori, e dunque non di impegni vincolanti.

Sono senza eccezione alcuna elencati gli obbiettivi minimi da prendere in considerazione per elaborare in maniera etica e razionale le procedure da mettere in atto per la gestione del fenomeno in modo collegiale tra tutti gli stati firmatari.

Un presa d’atto su tutta una serie di azioni che ancor prima di occuparsi dell’accoglienza in quanto tale, possono essere intraprese per anticipare i flussi e trarne il più possibile benefici sia per chi fugge che per chi accoglie.

Il vero impegno se di ciò si può parlare è quello semmai di non nascondersi dinnanzi a dei principi fondamentali della convivenza civile tra i popoli, quali l’eliminazione delle discriminazioni, il rispetto delle differenze, l’integrazione, la coesione sociale e l’inclusione, il rispetto dei diritti alla salute, il diritto al lavoro ed ancor prima alla formazione, la parificazione degli attestati accademici conseguiti e il riconoscimento dei percorsi professionali, il combattere le tratte ed il traffico illegale di esseri umani, il garantire prestazioni e sicurezza sociale, il garantire la non separazione dei bambini dalle loro famiglie.

Principi questi che a mio avviso esulano e vanno oltre le classificazioni aleatorie sulle ragioni che portano alla decisone di abbandonare un luogo per un altro, guerra, clima, lavoro.

Il documento fornisce inoltre una serie di indicazioni/obbiettivi che si susseguono alla stregua di forti suggerimenti da implementarsi nell’ottica far fronte e organizzarsi a monte e cioè preventivamente al fenomeno, come per esempio rafforzare il diritto all’informazione mediante una più incisiva attività consolare e non solo, predisporre registri aggiornati per facilitare  eventualmente l’accesso a manodopera specializzata in caso di necessità, attivare campagne di sensibilizzazione della popolazione sul fenomeno della migrazione e tanto altro ancora.

Un documento questo, che aldilà degli obbiettivi  che gli stati si prefiggono di raggiungere in quest’ambito, dovrebbe essere letto da tutti i cittadini così da acquisire quella necessaria sensibilità senza la quale è impossibile la reale comprensione del fenomeno evitando così di essere sottoposti a pericolose ed inutili strumentalizzazioni da parte di chi ha scelto come arma di convincimento, la paura invece che l’informazione.

Senza entrare nel merito agli obblighi più o meno contrattuali derivanti dal documento stesso da parte dei singoli stati,  penso che la radice del pensiero che ha portato alla identificazione di tali obbiettivi, dovrebbe essere, questo si, “vincolante” per ogni donna e uomo del pianeta che abbia una coscienza civile, etica e democratica ed a cuore gli aspetti fondamentali sui quali si basa la convivenza pacifica e duratura.

Firmare significa prima di tutto mettere la parola basta al nascondersi dietro assurdi preconcetti che fanno chiudere gli occhi difronte alle terribili immagini alle quali siamo ormai assoggettati quotidianamente, che sono testimonianza di come i fatti del mondo siano stati gestiti sin d’ora alla stregua del mero raggiungimento economico dei pochi in barba al destino dei tanti, depauperando interi continenti rendendone impossibile la sopravvivenza.

Firmare significa iniziare a prendere coscienza, di questo prima di tutto si tratta.

Franco Marinotti

Membro e co-fondatore

Verdi liberali Ticino

Co-vice presidente

Numes Ticino

 

Pacte mondial sur les migrations

Share

Brexit, un’opportunità per l’Europa

ArticoloBrexit

Opinione di Franco Marinotti apparsa sul Corriere del Ticino sabato 11 agosto 2016.

La Brexit, accettata da una risicata maggioranza nel referendum nel Regno Unito e che consentirà al Paese in tempi più o meno brevi di non far più parte dell’Unione europea, è senz’altro un evento importante trattandosi della prima defezione nella storia dell’UE, ma, a mio avviso, va considerata in una luce più ampia. Mi spiego: al contrario di quanto detto e scritto da più parti in questo ultimo mese, la Brexit, per l’Europa, potrebbe rappresentare un’opportunità.
È vero, l’Europa, così come si presenta oggi, appare debole, senza un indirizzo preciso e poco trasparente; e soprattutto non crea più consensi essendo in qualche modo prigioniera di una politica economicista. Tuttavia, lo stato di choc da risveglio generalizzato ed ingiustificato a proposito del risultato del voto, che è stato enfatizzato a dismisura sia dai media che da molta politica, non si giustifica. In definitiva, il risultato britannico viene visto come l’inizio della fine di un progetto comune i cui presupposti fondanti escono comunque, a parer mio, da molti punti di vista rafforzati anche dopo questo voto. Insomma, la validità complessiva del progetto europeo non viene messa veramente in dubbio se non da chi usa il dissenso per fare facile propaganda elettorale.
In realtà, siamo di fronte ad una grande opportunità per ricominciare sulla base delle esperienze fatte quel processo di armonizzazione politica condivisa necessario ad attuare le riforme, riconfermando la fattibilità del progetto europeo, attualizzandolo ed adattandolo alle condizioni di oggi sia interne all’Unione che esterne di politica economica, sociale, ambientale, del lavoro, condizioni che evidentemente, come è normale che sia, sono mutate nel tempo e non sono più quelle delle origini. Non di un insuccesso del concetto portante del progetto, dunque, si tratta, ma solo della necessità di sintonizzazione dei suoi processi implementativi. Per molti, uno dei fattori scatenanti della Brexit è stata la questione della perdita di sovranità nazionale a favore di un organo governativo europeo che porterebbe avanti solo i propri interessi. Direi, invece, che uno dei principali fattori di intralcio al processo di unificazione politica europea, essenziale al successo del progetto europeo, risiede nelle strategie degli stati partecipanti che non sono disposti a cedere parte della propria sovranità e non permettono quindi l’avvio dei necessari processi di armonizzazione nei settori chiave quali per esempio quello fiscale, finanziario e sociale. L’Inghilterra ne è un esempio lampante. Penso che si possa stare insieme pur mantenendo le proprie radici in termini di patrimonio e tradizione storico-culturale, condividendo e armonizzando a un livello centralizzato fattori chiave di gestione politica economica, sociale ed ambientale. Il modello svizzero dimostra che ciò è possibile.
Ed è proprio guardando alla Brexit e ai suoi effetti futuri, chissà se davvero rosei per la stessa economia della Gran Bretagna, che mi sento di criticare la decisione del nostro Governo di ritirare la domanda di adesione all’UE, in giacenza da oltre vent’anni. Non penso infatti che un’eventuale adesione vada vista nell’ottica della convenienza, quanto dell’opportunità di partecipare attivamente alla ristrutturazione di un grande progetto comune di tutti i popoli europei. La Svizzera potrebbe giocarvi un ruolo molto importante se non addirittura determinante, mettendo al servizio di questo grande progetto la propria esperienza nella complessa gestione dei valori democratici. Lasciare aperto uno spiraglio per il futuro evitando la rinuncia formale, ribadendo però allo stesso tempo ufficialmente che la Svizzera, pur riconfermando le motivazioni che hanno originato a suo tempo l’emissione di quel documento, ne rinnova ancora la validità d’intenti, ma solo al verificarsi di determinate condizioni e presupposti di democrazia e convivenza etica e sociale per essa irrinunciabili, elencandone i vari punti, sarebbe stata la cosa migliore da fare. Si sarebbe trattato di un gesto simbolico, ma di forte impatto. Indipendentemente dalle questioni di appartenenza o non appartenenza all’Unione, è ora che la Svizzera inizi a giocare senza timori il suo ruolo in Europa, un ruolo forte e trainante che perfettamente le compete e che essa è in grado di sostenere in quanto esempio di democrazia politica e sociale già da lungo tempo applicata e parte integrante del proprio modello. L’Europa tutta ne trarrebbe vantaggio e la Svizzera di riflesso.

Share

Ex macello, ci vuole più pragmatismo

Opinione di Franco Marinotti apparsa sul Corriere del Ticino sabato 2 aprile 2016.

Un dibattito, quello di sabato scorso al TRA, dal quale è emersa una sostanziale confusione sul significato di autogestione nel suo senso più ampio. Da una parte si è visto un Municipio spesso impacciato e con scarsa lucidità e incisività nel produrre argomenti risolutivi e di rilievo. Dall’altra si è assistito a una radicalizzazione del concetto di disobbedienza sociale da parte di una rappresentanza di fedeli ai «molinari» a volte aggressiva e per lo più incapace, nei vari interventi, di contestualizzare ai fini del dibattito le proprie tesi in difesa di un modello alternativo di convivenza sociale certamente valido, ma non evidente nel suo insieme. È un teatrino che dura da anni e vede contrapporsi, celati sotto un copione di tiritere, le vere ragioni del contendere: da una parte il volersi riappropriare di un’area strategica, dall’altra il rivendicare il diritto di non identificarsi nel sistema democraticamente riconosciuto dal resto della popolazione, occupando e sfruttando in modo autonomo uno spazio con una metodologia di governo solo in apparenza autonomo, ma di fatto dipendente da quello ufficiale. Si tratta di posizioni inconciliabili che, senza pragmatismo e visioni a lungo termine, portano inevitabilmente a una rottura con pericolosi strascichi che non auspico né per gli uni né per gli altri. Al contrario, credo che la Città – nello spirito di immaginare e attuare formule di rispettosa convivenza – possa continuare a trarre beneficio dal mantenimento dello status quo, con ricadute positive derivanti dalle attività artistico-culturali proposte dal collettivo. Contrariamente a quanto detto più volte in fase di dibattito, il costante rafforzamento, la diversificazione e il rinnovamento del tessuto socio-culturale non sono compito del LAC: il polo culturale dev’essere un’istituzione rappresentativa di alto livello, non un generatore di movimenti artistici. La reticenza ad accettare la proposta di spazi alternativi è per certi versi comprensibile, siccome originata dalla preoccupazione per l’occupazione e l’autogestione di un luogo pubblico, ma così facendo il collettivo viene privato della libertà e dell’indipendenza dal sistema, che sono la forza trainante delle sue proposte artistiche. Sono convinto che la maturità di tutte le parti coinvolte (cittadini, autorità e collettivo) porti alla salvaguardia di un’area della Città che ha una precisa ragione di esistere, dando spazio a quella libertà di pensiero e azione che sola e senza radicalismi genera quel substrato culturale indipendente e d’avanguardia di cui Lugano ha bisogno.

Share

Cattura

Lugano oltre Lugano
Si, perché lo slogan non ha solo un ruolo comunicativo ma delinea in quanto tale anche e soprattutto un atteggiamento, un modo di essere, un approccio alle tematiche politiche e nel mio caso particolare, un approccio verde liberale.
• “Oltre” è un avverbio che meglio di ogni altro indica la propensione al superamento di un ostacolo, di un momento, anche di se stessi; una volontà di spingersi oltre un risultato o un traguardo già raggiunto, per migliorarlo, per estenderlo.
• “Oltre” significa dunque saper sfruttare il passato per meglio interpretare il futuro, adattare, continuare, aggiornare, progredire. Costruire “oltre” non significa rifare, buttare.
• “Oltre” significa guardare avanti, proiettare nel futuro le azioni del presente. Significa progresso.
• “Oltre” significa dunque visioni, strategie a lungo termine, progettualità.
• “Oltre” significa anche prendere in considerazione l’insieme, collocare l’impatto di una singola azione in un contesto globale e valido nel tempo.
• “Oltre” significa partire da basi solide, con idee chiare, tesorizzando processi consolidati.
• “Oltre” significa dunque quel passo avanti per una Lugano proiettata nel futuro.
Con “Lugano oltre Lugano” penso alla piazza terziaria, la nostra piazza bancaria fatta da grandi e piccole banche, molte delle quali attive da sempre sul nostro territorio, le quali, facendo perno su di un passato glorioso, devono ora guardare oltre e reinventarsi, diversificare.
“Andare oltre” vuol dire anche saper guardare a ciò che sta in prossimità, tornare a occuparsi delle nostre città, delle nostre famiglie, della nostra economia, dimenticando i facili guadagni di un’epoca non più replicabile.
“Oltre” significa aprirsi, guardare alla globalità dei mercati al fine però di creare solide radici nel territorio.

Con “Lugano oltre Lugano” mi immagino quella città che, da via Nassa o piazza della Riforma, sappia puntare lo sguardo oltre il suo vecchio centro, e consolidi e insista sul processo aggregativo in corso, evolvendo verso una grande città, una città in continuo divenire, con i comuni aggregati diventati allora i suoi quartieri.
“Oltre” vuol dire non fermarsi alla componente amministrativa ma iniziare un processo di mobilità integrata tra questi quartieri, a partire da una rete di trasporti pubblici in grado di assicurare una comunicazione veloce, capillare, accessibile.
“Oltre” significa anche e soprattutto unire e condividere piani regolatori, pianificazione del territorio gestione della mobilità mediante l’applicazione di concetti urbanistici moderni e più confacenti allo sviluppo economico e demografico.

Share

Elezioni comunali: Verdi Liberali fanno lista comune con il PPD

Articolo ripreso da La Regione Ticino del 15.01.’16

Votate le liste e l’alleanza con i Verdi liberali. Lascia il capogruppo in Consiglio comunale
Il Ppd? ‘Un passo avanti’
di Alfonso Reggiani

ElezioniComunali2016

Ben saldi sulle proprie radici, i popolari democratici guardano ad aprile convinti dei propri mezzi e sono contro la politica gridata
Un passo avanti: è quello che vuole il Ppd Generazione giovani assieme ai Verdi liberali alle elezioni comunali di aprile. Per consolidare la propria posizione in città all’insegna del rinnovamento e confermare la crescita di consensi ottenuta alle Federali dello scorso ottobre. E ieri l’assemblea della sezione di Lugano ha ratificato le proposte della Commissione cerca presieduta dal capogruppo in Cc Lorenzo Jelmini che non solleciterà un nuovo mandato, le liste e il programma di legislatura in un capannone di Pregassona gremito che trasudava entusiasmo.
Con il consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, che ha sottolineato l’esigenza di avere interlocutori popolari a Palazzo Civico, a condurre le danze, sono intervenuti anche il coordinatore del Ppd cantonale e consigliere agli Stati Filippo Lombardi, il presidente distrettuale Daniele Intraina e il presidente sezionale Angelo Petralli. Non sono mancati momenti di rammarico per l’uscita di scena di quattro consiglieri comunali storici: Simonetta Perucchi Borsa, Maddalena Ermotti Lepori, Francesco Beltraminelli e il capogruppo in Cc Lorenzo Jelmini che lascia per dedicarsi completamente all’attività di deputato in Gran Consiglio. Era dunque inevitabile il rinnovamento che si vede bene nella composizione delle liste per il Municipio (cfr. infografia accanto) e per il Consiglio comunale (di seguito). L’assemblea ha inoltre votato, con 124 favorevoli e 5 contrari, la deroga prevista dallo Statuto per la candidatura a un quarto mandato di Michel Tricarico che sarà il prossimo primo cittadino di Lugano. Pure accolta la lista unica con i Verdi liberali (130 sì, 3 no e 1 astenuto), un’alleanza giustificata dalla sintonia (al 90-95%) sui temi comunali. Alleanza peraltro che ha già dato buoni frutti alle recenti elezioni federali.
Secondo Lorenzo Jelmini, «abbiamo raggiunto il nostro primo obbiettivo, quello di preparare una lista di sette persone, tutte in grado di lavorare in Municipio. Una lista in cui le sei persone in lizza per l’esecutivo cittadino hanno accettato la proposta di accompagnare Angelo Jelmini quale capolista. Il nostro partito, a differenza di altri, non è incollato alla cadrega e sa proporre un ricambio continuo con giovani validissimi». E sono davvero numerosi i volti nuovi che hanno accettato di mettersi in gioco per trasformarsi da oggetti della politica a soggetti attivi che vogliono partecipare alle decisioni fondamentali che interessano la collettività. Diversi i candidati giovani. Tanto che nella mattinata di sabato 23 gennaio a Sementina il partito proporrà loro una formazione sul Comune. Via libera da parte dell’assemblea anche al programma per la prossima legislatura allestito da Benedetta Bianchetti (che presto apparirà su www.ppd-lugano.ch ).
Approvata pure la lista parziale per il Consiglio comunale: Giovanni Albertini; Mario Balmelli; Christian Barelli; Lorenzo Beretta Piccoli; Sara Beretta Piccoli; Angelo Bernasconi; Benedetta Bianchetti; Roberta Boga Bonesio; Armando Boneff; Rosanna Brianza (Verdi liberali); Agustina Bruni; Curzio Cambrosio; Luca Campana; Stefano Capuano; Michele Codella; Rosanna Colombo; Federica Colombo Mattei; Anna Conciatore; Paola Degiorgi Terabuso; Raffaele De Tata; Luciano Ferrari; Umberto Gatti; Claudio Giambonini; Davide Giampani; Giuseppe Gianella; Naim Gösteris; Heiter Matteus; Stefan Ilic; Valentina Jovcic; Luca Lorenzetti; Rodolfo Magno; Michele Malfanti; Elena Mancini; Sara Marielli; Franco Marinotti (Verdi liberali); Giovanni Pedrozzi; Angelo Petralli; Nicolao Pifferini; Stefania Poggiati Longoni; Christian Porro; Valeria Rimoldi Butti; Pedro Rodriguez Anton; Simone Schmid; Nicola Skory; Giorgio Soncini; Dalibor Stefanovic; Michel Tricarico; Jody Trinkler; Davide Tunesi e Antonella Veronesi Gaglio.
Lorenzo Jelmini: ‘Tutte le sette persone che abbiamo scelto possono lavorare senza problemi nell’esecutivo’


Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 15.01.’16

PPD Gli azzurri sono concentrati sulla difesa
Lista per il Municipio con Jelmini, Albertini, Beretta Piccoli, Bianchetti, Colombo, Malfanti e Marinotti Approvata in assemblea l’alleanza con i Verdi liberali – L’obiettivo è la conferma del seggio nell’Esecutivo
giuliano gasperi

ElezioniComunali2015Cdt

Tutti attorno ad Angelo Jelmini. Con l’approvazione delle liste nell’assemblea di ieri al Capannone delle feste di Pregassona, il PPD di Lugano comincia ufficialmente il suo viaggio verso le elezioni comunali d’aprile e verso il raggiungimento del suo obiettivo principale: la conferma del seggio in Municipio. La lista per l’Esecutivo è costruita attorno all’uscente Angelo Jelmini – a differenza per esempio di quanto accaduto a sinistra, dove Cristina Zanini Barzaghi dovrà fare i conti con un «lupo di mare» come Jacques Ducry – e comprende Giovanni Albertini (1986, fisioterapista), Sara Beretta Piccoli (1971, igienista dentale), Benedetta Bianchetti (1978, avvocato), Federica Colombo Mattei (1962, architetto), Michele Malfanti (1972, architetto) e Franco Marinotti (1953, imprenditore) dei Verdi liberali, assieme i quali il PPD, con un chiaro benestare incassato dall’assemblea, formerà una lista unica. «Non ci sarà un conflitto – ha assicurato il ministro Paolo Beltraminelli – Loro hanno un carattere più ambientalista, ma i principi sono simili ai nostri». Accompagnati da un frizzante sottofondo musicale, i candidati si sono riuniti per la presentazione ufficiale. «Siamo grandi sarti e impresari – ha esordito Angelo Jelmini – Sarti per cucire in modo sapiente le posizioni in città, impresari perché sappiamo costruire mattone per mattone tante situazioni positive». È poi toccato via via a Giovanni Albertini («è un grande onore per me rappresentare Generazione Giovani»), Sara Beretta Piccoli («grazie a tutti voi per avermi permesso di essere qui: ero una semplice casalinga e ora posso fare qualcosa per tutti»), Benedetta Bianchetti («per me è una nuova sfida, darò il massimo»), Federica Colombo Mattei («sono più tecnica che politica, e spero di rendermi utile con le mie competenze e conoscenze»), Michele Malfanti («è bello avere la fiducia di tutti voi, spero che il mio punto di vista alternativo serva a far progredire») e Franco Marinotti («sono contento di far parte di questa magnifica squadra»). Queste dunque le scelte della Commissione cerca coordinata da Lorenzo Jelmini e composta da Christian Barelli, Claudio Bignasca, Roberto Boldini, Rolf Endriss, Giovanni Pedrozzi, Simonetta Perucchi Borsa, Pedro Rodriguez Anton e, come consulente, Paolo Beltraminelli. «Abbiamo raggiunto l’obiettivo di affiancare ad Angelo Jelmini una serie di persone altrettanto valide – ha spiegato Lorenzo Jelmini – onore a loro per aver accettato il municipale uscente come capolista».

Share

“Non di solo PIL è fatto il benessere”

Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 09.11.15

Il 13 ottobre scorso si è tenuta a Lugano una conferenza passata forse inosservata per via dei frenetici impegni elettorali del momento, dal titolo «Quale crescita per il Ticino? Sviluppo quantitativo contro qualità di vita?». Organizzato congiuntamente da PPD e Verdi liberali Ticino era il primo di una serie di incontri – il prossimo è in programma per il febbraio 2016 – che si inseriscono nell’ambito di un programma congiunto di conferenze che mira a trattare un tema delicato con effetti non solo economici, ma con impatti rilevanti anche e soprattutto sull’ambiente e l’utilizzo del territorio, quello della crescita.
In questo primo incontro, che partiva dal presupposto che la crescita economica è comunque stata e continua ad essere tuttora parte integrante dell’aumento del benessere nella maggior parte delle regioni del mondo, si è voluto evidenziare che in Svizzera, per contro, abbiamo già raggiunto un tale livello di benessere materiale, per cui lo stesso benessere percepito dal singolo non aumenta più anche se in presenza di crescita economica. Per questa ragione in futuro la crescita di per sé non può restare quale unico rimedio universale risolutivo. Siamo ormai vicini al punto in cui la crescita dell’uno limita quella dell’altro e dunque la soglia di beneficio della crescita per la popolazione intera inizia a scendere o diventa addirittura negativa. Vanno dunque pensate nuove strutture che permettano un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione svizzera, anche quando in futuro la crescita economica non dovesse più esserci.
Del resto la presa in considerazione di tutti i costi esterni (cambi climatici, estinzione delle specie, penuria delle risorse, malattie, urbanizzazione, degrado del territorio) fa sì che l’incremento netto del benessere sia vicino allo zero. Ne deriva che la decantata mancanza di alternative alla crescita economica come chiave dell’acquisita sicurezza del benessere venga messa sempre più in discussione.
Mentre la politica svizzera continua ad orientarsi verso il Prodotto interno lordo quale unico parametro di determinazione di crescita, nel resto del mondo già da qualche anno si osserva come i provvedimenti politici volti ad incentivare la crescita non producano più risultati degni di nota, e la disoccupazione resta irrimediabilmente elevata e i dati congiunturali sono deboli e non costantemente positivi, nonostante gli immensi sforzi degli Stati.
Il tema della crescita è dunque di grande attualità ma invero tuttora pressoché assente nel recente dibattito politico, e l’aver trovato i necessari punti di condivisione di contenuti e convergenza di pensiero in Filippo Lombardi per dar corso a questi incontri è a mio avviso certamente un punto di forza non solo nell’ambito della collaborazione tra i nostri due partiti iniziata con la congiunzione delle liste, ma anche e soprattutto per portare il dibattito pure in sede di politica federale.
Ritengo dunque per la sensibilità dimostrata non solo in particolare su questo tema, ma più in generale su una buona parte di temi che ci vedono come verdi liberali particolarmente attenti nell’ambito della difesa dell’ambiente, di dare il mio pieno appoggio di voto a Filippo Lombardi nel prossimo ballottaggio.

Share

Discorso al congresso ppd di Locarno

La nostra congiunzione fa discutere in Ticino.
– Fa discutere coloro che intendono l’ecologia quale un tema di dominio della sinistra.
– Fa discutere coloro che non intendono invece come una visione liberale sul ruolo di uno Stato snello ed efficiente, di un’economia sana, aperta e competitiva e una società responsabile possa convivere con un programma politico incentrato sulla difesa dell’ambiente.
– Fa discutere coloro che non intendono il contributo dei verdi liberali nell’ imprimere una connotazione decisamente più progressista a quel “polo di centro” del quale facciamo entrambi parte che possa così trarre dalla coniugazione tra ambiente economia e società la sua forza propulsiva nella difesa dello sviluppo sostenibile, e lasci in eredità alle future generazioni una società aperta e moderna dei pari diritti ed integrazione dei popoli.
– Fa però di converso anche discutere coloro che percepiscono nelle recenti derive populiste di stampo locale assunte dal centro un utilizzo della politica tipica di una destra che sembra invece di fatto non volersi proprio identificare in quell’idea di centro appena descritta, allontanandosene con i propri proclami.
– E non da ultimo fa anche discutere coloro che giudicano irresponsabile e dannoso al raggiungimento di una qualità di vita accettabile, l’impadronirsi a scopi meramente elettorali, ovvero il cosiddetto “green washing”, di temi sensibili e strategici per la tutela dell’ambiente quali mobilità, territorio, energia abbandonandoli poi a se stessi finita la rendita, ritardandone così irrimediabilmente i progetti implementativi dei quali abbiamo urgente bisogno.
A questi dubbi ed incertezze i verdi liberali rispondono con prese di posizioni precise ed azioni pragmatiche su quei temi che ne hanno caratterizzato sin qui la propria agenda politica.
L’energia:
– siamo per l’abbandono delle produzioni a forti emissioni di CO2,
– la sostituzione dell’attuale sistema di sussidi a favore di un sistema di incentivi
per la promozione di energie rinnovabili mediante una nuova fiscalità ecologica mirata, che renda l’utilizzo di risorse energetiche non rinnovabili meno conveniente
ed agevolare così l’obbiettivo verso l’indipendenza energetica e la creazione di poli tecnologici nazionali;
– e siamo soprattutto per l’uscita graduale ma incondizionata e senza ritardi dall’atomo.
Mobilità sostenibile e territorio:
– siamo per il mantenimento dell’impegno di trasferimento su rotaia senza più indugi di tutte le merci in transito con il completamento di Alptransit a sud di Lugano, opera questa che oltre ad essere essenziale, rafforza notevolmente la nostra posizione contrattuale nei confronti dell’UE in ambito di politica di trasferimento;
– siamo anche per la riduzione del traffico privato mediante una corretta pianificazione della viabilità ed un aumento di offerta di mobilità alternativa;
– siamo per una revisione dei piani direttori e regolatori a favore di piani di agglomerato sostenibili, e di conseguenza sosteniamo la seconda revisione della LPT che prevede una separazione chiara tra zone edificabili e non a tutela degli effetti causati della speculazione territoriale e consumo incontrollato di territorio.
L’Europa e l’economia:
– siamo per una Svizzera che si conferma quale piazza economica aperta ed innovativa che estende i suoi orizzonti oltre la frontiera, e vede nei rapporti con l’Europa la prosecuzione di un partenariato essenziale per lo sviluppo competitivo della sua economia;
– prendiamo molto sul serio le preoccupazioni popolari che hanno portato ai risultati di voto del 9 febbraio scorso sull’immigrazione di massa ed appoggiamo quindi le proposte di applicazione condivisa di clausole di salvaguardia al fine di regolamentarne in situazioni di emergenza i flussi a tutela dell’occupazione indigena ma senza mettere in discussione la continuazione dei bilaterali che sono alla base del nostro benessere;
– e qui un auspicio: (evitiamo poi l’uso di facili manipolazioni elettorali laddove vengono toccati temi quale nella fattispecie quello migratorio, pur in presenza di una crisi drammatica ed epocale dalle enormi conseguenze nel mediterraneo e di riflesso nel resto dell’Europa tutta).
– siamo per la difesa del lavoro mediante l’applicazione di concrete urgenti misure di accompagnamento agli effetti distorsivi del dumping salariale a danno dell’occupazione indigena in particolare in Ticino causati dagli impatti incalcolabili che la crisi economica che ha colpito il nord Italia ha avuto sulla libera circolazione;

– siamo anche per ridare competitività al lavoro mediante una defiscalizzazione programmatica dello stesso e così incentivare la produzione domestica e dipendere meno dall’importazione di prodotti dall’estero a tutto vantaggio non solo dell’economia ma anche e soprattutto dell’ambiente.
Formazione e cultura:
– siamo per la creazione di parchi tecnologici innovativi per dare vigore e concorrenzialità alla nostra economia;
– ed anche per la continuazione dell’eccellenza della formazione duale svizzera;
– la promozione della cultura come ricchezza sociale e personale ma anche come opportunità di sviluppo economico.
Su una buona parte di questi temi che sono già oggi contenuti nei nostri programmi penso
si possa ragionevolmente immaginare di tracciare un cammino in parallelo.
Ci saranno lo auspico, via via momenti di verifica su possibili convergenze e dalla discussione e dal dialogo forse nascerà un più marcato sostegno a quei temi legati allo sviluppo sostenibile che tanto ci sta a cuore. Siamo pronti a metterci alla prova!

Share

I Verdi liberali e la congiunzione – L’opinione di Franco Marinotti

Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 26.08.15

Alcuni chiarimenti ritengo vadano fatti sulle motivazioni che hanno spinto i Verdi liberali Ticino (così come citate da Rocco Bianchi nella sua cronaca sulle elezioni federali 2015 sul Corriere del Ticino del 18 agosto) a congiungersi con il PPD. Tengo a sottolineare che alla base di questa decisione ci sono motivazioni di natura tecnica e strategica. È un dato di fatto che Il sistema elettorale odierno penalizzi i piccoli partiti, e da qui dunque nasce la necessità di concludere delle congiunzioni di lista con altri partiti. I Verdi liberali tengo a precisare sono e rimangono un partito di centro e dunque l’accordo con il PPD in quanto tale si fonda sulla condivisione comune di voler rafforzare questo centro. Il PVL ha una forte anima ambientalista ed è orientato a soluzioni concrete e pragmatiche sia a livello cantonale che nazionale per favorire l’equilibrio tra ambiente, economia e società.
In pratica i principi dello sviluppo sostenibile, concetto questo molto presente in tutti gli ambiti dei nostri reciproci programmi. È per noi perciò essenziale una condivisione di questi valori.
In merito invece alle asserzioni che «dietro questa scelta ci sia la mano del partito nazionale» posso solo dire che da un lato il partito verde liberale Ticino è fortemente integrato nella realtà locale ticinese, e da un altro fa parte di una struttura nazionale più allargata ed in quanto tale rientra perfettamente nella normalità quella di condividere scelte strategiche a tutti i livelli. La nostra decisione è stata valutata positivamente dal partito nazionale. La scelta tecnico-strategica della congiunzione ha purtroppo portato al «declino al gentile invito» della sinistra. Posso però confermare che condividiamo, a seguito dei colloqui portati avanti, buona parte di quelle scelte programmatiche nell’ambito soprattutto dell’ambiente, della mobilità e del territorio.
Share

Il Gottardo che divide PPD e Verdi liberali. Franco Marinotti minimizza, «non sarà un tema centrale della campagna elettorale»

Articolo ripreso da Ticinolibero.ch

Il presidente dei Verdi Liberali spiega la scelta di congiunzione con il PPD. «Condividiamo il modo di fare politica. Le congiunzioni sono tecniche e strategiche, non ideologiche». E smentisce direttive dalla direzione nazionale

BELLINZONA – Quella fra PPD e Verdi Liberali è stata l’ultima congiunzione in ordine di tempo a venir annunciata. Sino a poche ore prima, i rumors davano il partito di Franco Marinotti vicino ad allearsi con i socialisti, poi un comunicato congiunto con i pippidini ha annunciato la decisione presa. Come mai, dunque, i Verdi Liberali hanno optato per un partito centrista come loro ma con cui vi sono alcune divergenze evidenti, in primis quella sul raddoppio del Gottardo? Per scoprirlo, abbiamo contattato Franco Marinotti.

Voi e il PPD affermate di essere d’accordo su molte questioni, non però sul raddoppio del Gottardo. Non è un tema importante?
«Le congiunzioni non sono tematiche, ma tecniche e strategiche. Con tutti coloro con cui abbiamo discusso, per esempio i socialisti, c’erano argomenti condivisi ed altri no, basandosi su questo criterio non ci si sarebbe congiunti con nessuno. Il Gottardo è un tema fondamentale ma digerito e risolto a livello politico e parlamentare: toccherà al popolo decidere, e non sarà dunque un tema strategico per le elezioni nazionali. Quando sarà il momento si farà la campagna per questo, non capisco la liaison che lei evidenzia. Vi sono anche altri temi sull’ambiente. Il nostro non è un matrimonio, continueremo a portate avanti senza remore la battaglia contro il secondo tubo. La campagna non si ferma certo perché ci siamo alleati col PPD, è la prima cosa che abbiamo chiarito con Filippo Lombardi e il suo partito».

Il vostro partito non presenta nessuno per la corsa agli Stati, sosterrete Lombardi oppure opterete per candidati “anti-raddoppio” come possono essere Savoia o Malacrida?
«Parlare solo del raddoppio del Gottardo è riduttivo, la nostra è una strategia a più ampio respiro, anche futuro. Non saprei cosa risponderle, non vedo oltretutto l’utilità di questa domanda».

Cosa vi ha “offerto” il PPD più del PS?
«Abbiamo deciso di non congiungerci col PS perché non avremmo avuto nessun tipo di vantaggio strategico e tecnico, non ci sarebbero stati ritorni importanti. Col PPD invece vediamo un discorso su più ampia scala a livello nazionale e parlamentare: i due partiti hanno fatto gruppo dal 2003 al 2007, combattendo assieme diverse battaglie parlamentari. Ci sono temi che condividiamo con loro, sono posizionati al centro come noi, sono attenti all’ambito ambientale, declinano società e ambiente e sono pragmatici. Ravvisiamo delle vicinanze di politica programmatica, sia cantonale che nazionale».

Il PPD schiera però candidati con posizioni molto lontane da quelle ambientaliste, come Fabio Regazzi, sicuramente più distanti dei vostri temi rispetto per esempio a Marina Carobbio…
«Non siamo sposati col PPD. Anche loro hanno delle insofferenze su alcuni temi, così come sarebbe successo col PS. Non sono state fatte scelte sulla base contenutistica o ideologica. Se dovessimo guardare solo la pura ideologia, ci sarebbero state differenze più marcate col polo di sinistra. Poi che il PPD a mio avviso in Ticino faccia talvolta politica in modo troppo di destra, o spostato verso destra, non è un motivo per non fare la congiunzione».

Vi siete congiunti soprattutto perché è partita una direttiva in tal senso a livello nazionale?
«Smentisco quanto già si vociferava ieri. Non sono arrivate direttive, noi siamo la sezione cantonale di un partito nazionale. In un ambito che è quello delle elezioni nazionali secondo me è serio operare una strategia a livello globale, ma non abbiamo ricevuto nessun tipo di diktat. Abbiamo parlato con la direzione nazionale, con cui è comunque più che logico che si discuta. Sono state fatte delle ipotesi, e confermo che il partito nazionale riteneva più interessante una congiunzione col PPD a livello strategico e globale, dato che c’è con loro una collaborazione, rispetto ad una col PS. Ma non si tratta di direttive, i Verdi Liberali non sono gestiti in quel modo».

Molti sostengono che Savoia (e i Verdi) si siano spostati a destra, verso la Lega. Chi è più di sinistra in Ticino, i Verdi o i Verdi Liberali?
«Noi siamo di centro, e miriamo a costruire un polo progressista che abbia come centro l’ambiente. Non penso sia una questione di collocarsi più a destra o più a sinistra. I Verdi non sono solo Sergio Savoia, bensì un piccolo grande partito con varie correnti e persone con politiche diverse. Per ciò che concerne Savoia, porta avanti dei temi su molti dei quali c’è condivisione (e parlo a livello personale), ma con un atteggiamento talmente populista da apparire di destra, o quanto meno un populista. Sembra, oppure è davvero così, che lo faccia per meri scopi elettorali».

Share