Brexit, un’opportunità per l’Europa

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Opinione di Franco Marinotti apparsa sul Corriere del Ticino sabato 11 agosto 2016.

La Brexit, accettata da una risicata maggioranza nel referendum nel Regno Unito e che consentirà al Paese in tempi più o meno brevi di non far più parte dell’Unione europea, è senz’altro un evento importante trattandosi della prima defezione nella storia dell’UE, ma, a mio avviso, va considerata in una luce più ampia. Mi spiego: al contrario di quanto detto e scritto da più parti in questo ultimo mese, la Brexit, per l’Europa, potrebbe rappresentare un’opportunità.
È vero, l’Europa, così come si presenta oggi, appare debole, senza un indirizzo preciso e poco trasparente; e soprattutto non crea più consensi essendo in qualche modo prigioniera di una politica economicista. Tuttavia, lo stato di choc da risveglio generalizzato ed ingiustificato a proposito del risultato del voto, che è stato enfatizzato a dismisura sia dai media che da molta politica, non si giustifica. In definitiva, il risultato britannico viene visto come l’inizio della fine di un progetto comune i cui presupposti fondanti escono comunque, a parer mio, da molti punti di vista rafforzati anche dopo questo voto. Insomma, la validità complessiva del progetto europeo non viene messa veramente in dubbio se non da chi usa il dissenso per fare facile propaganda elettorale.
In realtà, siamo di fronte ad una grande opportunità per ricominciare sulla base delle esperienze fatte quel processo di armonizzazione politica condivisa necessario ad attuare le riforme, riconfermando la fattibilità del progetto europeo, attualizzandolo ed adattandolo alle condizioni di oggi sia interne all’Unione che esterne di politica economica, sociale, ambientale, del lavoro, condizioni che evidentemente, come è normale che sia, sono mutate nel tempo e non sono più quelle delle origini. Non di un insuccesso del concetto portante del progetto, dunque, si tratta, ma solo della necessità di sintonizzazione dei suoi processi implementativi. Per molti, uno dei fattori scatenanti della Brexit è stata la questione della perdita di sovranità nazionale a favore di un organo governativo europeo che porterebbe avanti solo i propri interessi. Direi, invece, che uno dei principali fattori di intralcio al processo di unificazione politica europea, essenziale al successo del progetto europeo, risiede nelle strategie degli stati partecipanti che non sono disposti a cedere parte della propria sovranità e non permettono quindi l’avvio dei necessari processi di armonizzazione nei settori chiave quali per esempio quello fiscale, finanziario e sociale. L’Inghilterra ne è un esempio lampante. Penso che si possa stare insieme pur mantenendo le proprie radici in termini di patrimonio e tradizione storico-culturale, condividendo e armonizzando a un livello centralizzato fattori chiave di gestione politica economica, sociale ed ambientale. Il modello svizzero dimostra che ciò è possibile.
Ed è proprio guardando alla Brexit e ai suoi effetti futuri, chissà se davvero rosei per la stessa economia della Gran Bretagna, che mi sento di criticare la decisione del nostro Governo di ritirare la domanda di adesione all’UE, in giacenza da oltre vent’anni. Non penso infatti che un’eventuale adesione vada vista nell’ottica della convenienza, quanto dell’opportunità di partecipare attivamente alla ristrutturazione di un grande progetto comune di tutti i popoli europei. La Svizzera potrebbe giocarvi un ruolo molto importante se non addirittura determinante, mettendo al servizio di questo grande progetto la propria esperienza nella complessa gestione dei valori democratici. Lasciare aperto uno spiraglio per il futuro evitando la rinuncia formale, ribadendo però allo stesso tempo ufficialmente che la Svizzera, pur riconfermando le motivazioni che hanno originato a suo tempo l’emissione di quel documento, ne rinnova ancora la validità d’intenti, ma solo al verificarsi di determinate condizioni e presupposti di democrazia e convivenza etica e sociale per essa irrinunciabili, elencandone i vari punti, sarebbe stata la cosa migliore da fare. Si sarebbe trattato di un gesto simbolico, ma di forte impatto. Indipendentemente dalle questioni di appartenenza o non appartenenza all’Unione, è ora che la Svizzera inizi a giocare senza timori il suo ruolo in Europa, un ruolo forte e trainante che perfettamente le compete e che essa è in grado di sostenere in quanto esempio di democrazia politica e sociale già da lungo tempo applicata e parte integrante del proprio modello. L’Europa tutta ne trarrebbe vantaggio e la Svizzera di riflesso.

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Ex macello, ci vuole più pragmatismo

Opinione di Franco Marinotti apparsa sul Corriere del Ticino sabato 2 aprile 2016.

Un dibattito, quello di sabato scorso al TRA, dal quale è emersa una sostanziale confusione sul significato di autogestione nel suo senso più ampio. Da una parte si è visto un Municipio spesso impacciato e con scarsa lucidità e incisività nel produrre argomenti risolutivi e di rilievo. Dall’altra si è assistito a una radicalizzazione del concetto di disobbedienza sociale da parte di una rappresentanza di fedeli ai «molinari» a volte aggressiva e per lo più incapace, nei vari interventi, di contestualizzare ai fini del dibattito le proprie tesi in difesa di un modello alternativo di convivenza sociale certamente valido, ma non evidente nel suo insieme. È un teatrino che dura da anni e vede contrapporsi, celati sotto un copione di tiritere, le vere ragioni del contendere: da una parte il volersi riappropriare di un’area strategica, dall’altra il rivendicare il diritto di non identificarsi nel sistema democraticamente riconosciuto dal resto della popolazione, occupando e sfruttando in modo autonomo uno spazio con una metodologia di governo solo in apparenza autonomo, ma di fatto dipendente da quello ufficiale. Si tratta di posizioni inconciliabili che, senza pragmatismo e visioni a lungo termine, portano inevitabilmente a una rottura con pericolosi strascichi che non auspico né per gli uni né per gli altri. Al contrario, credo che la Città – nello spirito di immaginare e attuare formule di rispettosa convivenza – possa continuare a trarre beneficio dal mantenimento dello status quo, con ricadute positive derivanti dalle attività artistico-culturali proposte dal collettivo. Contrariamente a quanto detto più volte in fase di dibattito, il costante rafforzamento, la diversificazione e il rinnovamento del tessuto socio-culturale non sono compito del LAC: il polo culturale dev’essere un’istituzione rappresentativa di alto livello, non un generatore di movimenti artistici. La reticenza ad accettare la proposta di spazi alternativi è per certi versi comprensibile, siccome originata dalla preoccupazione per l’occupazione e l’autogestione di un luogo pubblico, ma così facendo il collettivo viene privato della libertà e dell’indipendenza dal sistema, che sono la forza trainante delle sue proposte artistiche. Sono convinto che la maturità di tutte le parti coinvolte (cittadini, autorità e collettivo) porti alla salvaguardia di un’area della Città che ha una precisa ragione di esistere, dando spazio a quella libertà di pensiero e azione che sola e senza radicalismi genera quel substrato culturale indipendente e d’avanguardia di cui Lugano ha bisogno.

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Cattura

Lugano oltre Lugano
Si, perché lo slogan non ha solo un ruolo comunicativo ma delinea in quanto tale anche e soprattutto un atteggiamento, un modo di essere, un approccio alle tematiche politiche e nel mio caso particolare, un approccio verde liberale.
• “Oltre” è un avverbio che meglio di ogni altro indica la propensione al superamento di un ostacolo, di un momento, anche di se stessi; una volontà di spingersi oltre un risultato o un traguardo già raggiunto, per migliorarlo, per estenderlo.
• “Oltre” significa dunque saper sfruttare il passato per meglio interpretare il futuro, adattare, continuare, aggiornare, progredire. Costruire “oltre” non significa rifare, buttare.
• “Oltre” significa guardare avanti, proiettare nel futuro le azioni del presente. Significa progresso.
• “Oltre” significa dunque visioni, strategie a lungo termine, progettualità.
• “Oltre” significa anche prendere in considerazione l’insieme, collocare l’impatto di una singola azione in un contesto globale e valido nel tempo.
• “Oltre” significa partire da basi solide, con idee chiare, tesorizzando processi consolidati.
• “Oltre” significa dunque quel passo avanti per una Lugano proiettata nel futuro.
Con “Lugano oltre Lugano” penso alla piazza terziaria, la nostra piazza bancaria fatta da grandi e piccole banche, molte delle quali attive da sempre sul nostro territorio, le quali, facendo perno su di un passato glorioso, devono ora guardare oltre e reinventarsi, diversificare.
“Andare oltre” vuol dire anche saper guardare a ciò che sta in prossimità, tornare a occuparsi delle nostre città, delle nostre famiglie, della nostra economia, dimenticando i facili guadagni di un’epoca non più replicabile.
“Oltre” significa aprirsi, guardare alla globalità dei mercati al fine però di creare solide radici nel territorio.

Con “Lugano oltre Lugano” mi immagino quella città che, da via Nassa o piazza della Riforma, sappia puntare lo sguardo oltre il suo vecchio centro, e consolidi e insista sul processo aggregativo in corso, evolvendo verso una grande città, una città in continuo divenire, con i comuni aggregati diventati allora i suoi quartieri.
“Oltre” vuol dire non fermarsi alla componente amministrativa ma iniziare un processo di mobilità integrata tra questi quartieri, a partire da una rete di trasporti pubblici in grado di assicurare una comunicazione veloce, capillare, accessibile.
“Oltre” significa anche e soprattutto unire e condividere piani regolatori, pianificazione del territorio gestione della mobilità mediante l’applicazione di concetti urbanistici moderni e più confacenti allo sviluppo economico e demografico.

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Pennellate verdi a Palazzo civico

Sfida tra due ambientalisti alleati uno col PPD, l’altro col PS – Entrambi sono contro la gara di motoscafi

Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 23.02.’16
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DOMANDE
1 L’arredo urbano è in fase di ripensamento. Si può insistere il sul concetto attuale, migliorandolo, o va cambiato completamente l’approccio?
2 Una statistica classifica Lugano come la città più motorizzata d’Europa. Quale progetto (già noto o da promuovere) può essere una svolta a favore della mobilità sostenibile?
3 Lugano ha cancellato gran parte della sua storia architettonica e con essa i suoi risvolti sociali. È giusto provare a recuperarla? Se sì, in che modo?
4 Prima delle aggregazioni, diversi quartieri temevano una cementificazione del loro territorio. Si è rivelata una paura infondata o il rischio è tuttora presente?
5 Alberi tagliati e ripiantati: se il saldo è positivo, su cos’altro bisogna migliorare?
6 Di solito i temi ecologici perdono un po’ d’importanza agli occhi della gente nei momenti di crisi: sta succedendo anche a Lugano? Condividete le critiche alla gara dei motoscafi XCat?

Franco Marinotti
9 maggio 1953
Imprenditore
Verdi liberali
1. Ripensare l’arredo urbano è un processo che richiede idee chiare ed omogenee su che indirizzo di sviluppo sostenibile si vuole dare alla città e l’addivenire del suo agglomerato in continua espansione, senza lasciarsi prendere la mano da interventi sporadici e distribuiti sul territorio urbano in modo disordinato e senza una precisa logica di progetto. Quello che ora non c’è a mio avviso è una visione di lungo termine che, per essere realistica, deve necessariamente essere prima di tutto elaborata e condivisa con i cittadini in un percorso investigativo congiunto, che tenga conto delle varie fasce di età, delle loro esigenze ed abitudini. Decisioni sull’arredo urbano passano da problematiche complesse che, ribadisco, vanno risolte nel loro insieme e che coinvolgono la mobilità, la pianificazione del territorio, i piani regolatori, il commercio, lo svago.
2. L’agglomerato del Luganese è in continuo sviluppo, al passo con i mutamenti della società. I progetti a sostegno di una mobilità intelligente e sostenibile esistono e sono stati elaborati, come il PAL2, il futuro PAL3 e il PTL, ma vanno però implementati velocemente perché, in caso contrario, perdono di incisività e validità. Vanno insomma rivisti e riadattati al contesto che muta, pena uno spreco di risorse, poiché si vanno a finanziare opere superate. Tutto ciò – non lo si vuole capire – va a danno dell’economia, senza migliorare in modo sostanziale e duraturo la situazione.
3. I danni sono per la gran parte irreversibili, ma per fortuna il patrimonio architettonico e le relative derivazioni di impatto sociale di una città si tramandano non solo con gli immobili, ma con la promozione e divulgazione della cultura; dunque diamoci da fare in tal senso e concentriamoci sul futuro per evitare che ciò possa ripetersi.
4. Abbiamo assistito ed assistiamo ad una cementificazione sconsiderata ma quantunque legalizzata al servizio di un progresso economico con regole obsolete e questo si può solo evitare con norme chiare in termini di piani regolatori aggiornati e una pianificazione del territorio efficace, che miri ad una densificazione intelligente delle zona abitate con servizi di prossimità e delle vere zone verdi funzionali. Dunque il rischio è presente ed il concetto di quartiere sostenibile ancora latente.
5. Se tagliare serve a migliorare, la natura ringrazia e la popolazione tutta ne beneficia; il progetto di riqualifica della Foce è una valida testimonianza di come poter rendere più vivibile il quartiere di una città. C’è sempre da migliorare per mantenere un giusto equilibrio tra natura e cemento e i progetti che si potrebbero implementare non mancano, come la riqualifica del lungo lago cittadino, il completamento della riqualifica delle rive del Cassarate fino a Cornaredo o il Parco Viarno a Pregassona.
6. La difesa dell’ambiente è una necessità imprescindibile per la nostra sopravvivenza ed in quanto tale non è un’opzione da esercitare a dipendenza delle condizioni sociali, economiche o politiche, perché ne è parte integrante come concetto unico di sostenibilità. Detto questo, una manifestazione sportiva o qualunque essa sia dovrebbe a mio avviso essere valutata non solo nell’ambito della sua impronta ecologica, ma anche e soprattutto in termini di quale messaggio di visione futura verso il raggiungimento di un mondo più sostenibile si vuole comunicare, in particolare ai giovani. A buon intenditor…

Nicola Schönenberger
18 gennaio 1976
Botanico
Verdi
1. Siamo arrivati all’arredo urbano di oggi proprio procedendo per piccoli correttivi. La domanda da porsi non è tanto se il concetto sia giusto o sbagliato, quanto se esista un concetto alla base. Il mio sospetto è che non ci sia. L’arredo urbano del centro città andrebbe ripensato da professionisti, oggi è avulso dalla città. È sbagliato pensare al verde pubblico come a una decorazione che riempie gli spazi vuoti; il verde deve dialogare con il costruito, l’uno non vive senza l’altro, sono entrambi parte integrante della città. È stato così sin dall’antichità, dai primi insediamenti umani della storia. Questo concetto è andato perdendosi nel dopoguerra. Abbiamo smesso di considerare il verde come una componente della città; è diventato una mera decorazione o, peggio ancora, un costo. È indispensabile ridare al verde pubblico l’importanza che ha sempre avuto nella storia dell’architettura, in chiave contemporanea.
2. C’è un nesso diretto con la disponibilità sproporzionata di posteggi privati e pubblici in centro e la scarsa disponibilità di trasporti pubblici. La pedonalizzazione del lungolago è sì un progetto ambizioso, ma se riuscissimo a formularlo come obiettivo, realizzandolo risolveremmo i problemi del traffico di Lugano (oltre che i problemi di attrattività turistica e commerciale del centro).
3. È imperativo. Una città imbruttita è una città impoverita, durevolmente. Se si ambisce ad alla prosperità, la città deve tornare ad essere vivibile e bella. Non si può ricostruire il passato. Ma si deve costruire il futuro con criteri che non siano quelli della logica del «magna magna». Non possiamo più permetterci di distribuire appalti in base alla politica o indire concorsi pubblici dove il vincitore è certo sin dall’inizio. Dobbiamo avere il coraggio di fare salti di qualità e progettare in base a una visione più grande.
4. Brè è un buon esempio: lì si vogliono diminuire le zone edificabili tutelando il quadro del nucleo e il paesaggio. Scairolo è invece l’esempio negativo con un aumento del 20% di potenzialità edificatoria previsto, senza risolvere il vero problema: il traffico. È ancora presto per dirlo. I nodi verranno al pettine nella prossima legislatura, con il Piano regolatore unico.
5. Qualità più che numeri. Un albero secolare possiede un valore per quello che è e per quanto fornisce alla città, un valore molto superiore a quello di un filare di sparuti alberelli. Un albero di una specie particolare, in un luogo particolare, ha un valore diverso di una robinia nel bosco. Quando, per giustificare i tagli, si sciorinano i numeri per dimostrare il pareggio con le piantagioni, è come nascondersi dietro un dito.
6. In futuro la crisi ecologica sarà ben più importante di quella economica, e sempre di più ne sarà la causa. Si pensi al cambiamento climatico, alle polveri fini d’inverno, allo smog estivo, alla gente che scappa alla ricerca di luoghi più salubri, al consumo di territorio: saranno problemi molto più difficili da sistemare e avranno un impatto economico enorme. I temi ecologici non sono dissociati dagli altri, sono integrati. La prospettata accelerazione nell’innovazione della tecnologia dei motori elettrici è stato uno dei principali argomenti sollevati a favore della Formula E da parte dei suoi fautori. Quale tecnologia si vuole promuovere ora con gli XCat? O l’argomento a favore della formula E era solo manipolatorio? Siamo alle solite: un altro evento improvvisato che riempirà la città per un week end, ma che non lascerà indotti sostenibili.

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Elezioni comunali: Verdi Liberali fanno lista comune con il PPD

Articolo ripreso da La Regione Ticino del 15.01.’16

Votate le liste e l’alleanza con i Verdi liberali. Lascia il capogruppo in Consiglio comunale
Il Ppd? ‘Un passo avanti’
di Alfonso Reggiani

ElezioniComunali2016

Ben saldi sulle proprie radici, i popolari democratici guardano ad aprile convinti dei propri mezzi e sono contro la politica gridata
Un passo avanti: è quello che vuole il Ppd Generazione giovani assieme ai Verdi liberali alle elezioni comunali di aprile. Per consolidare la propria posizione in città all’insegna del rinnovamento e confermare la crescita di consensi ottenuta alle Federali dello scorso ottobre. E ieri l’assemblea della sezione di Lugano ha ratificato le proposte della Commissione cerca presieduta dal capogruppo in Cc Lorenzo Jelmini che non solleciterà un nuovo mandato, le liste e il programma di legislatura in un capannone di Pregassona gremito che trasudava entusiasmo.
Con il consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, che ha sottolineato l’esigenza di avere interlocutori popolari a Palazzo Civico, a condurre le danze, sono intervenuti anche il coordinatore del Ppd cantonale e consigliere agli Stati Filippo Lombardi, il presidente distrettuale Daniele Intraina e il presidente sezionale Angelo Petralli. Non sono mancati momenti di rammarico per l’uscita di scena di quattro consiglieri comunali storici: Simonetta Perucchi Borsa, Maddalena Ermotti Lepori, Francesco Beltraminelli e il capogruppo in Cc Lorenzo Jelmini che lascia per dedicarsi completamente all’attività di deputato in Gran Consiglio. Era dunque inevitabile il rinnovamento che si vede bene nella composizione delle liste per il Municipio (cfr. infografia accanto) e per il Consiglio comunale (di seguito). L’assemblea ha inoltre votato, con 124 favorevoli e 5 contrari, la deroga prevista dallo Statuto per la candidatura a un quarto mandato di Michel Tricarico che sarà il prossimo primo cittadino di Lugano. Pure accolta la lista unica con i Verdi liberali (130 sì, 3 no e 1 astenuto), un’alleanza giustificata dalla sintonia (al 90-95%) sui temi comunali. Alleanza peraltro che ha già dato buoni frutti alle recenti elezioni federali.
Secondo Lorenzo Jelmini, «abbiamo raggiunto il nostro primo obbiettivo, quello di preparare una lista di sette persone, tutte in grado di lavorare in Municipio. Una lista in cui le sei persone in lizza per l’esecutivo cittadino hanno accettato la proposta di accompagnare Angelo Jelmini quale capolista. Il nostro partito, a differenza di altri, non è incollato alla cadrega e sa proporre un ricambio continuo con giovani validissimi». E sono davvero numerosi i volti nuovi che hanno accettato di mettersi in gioco per trasformarsi da oggetti della politica a soggetti attivi che vogliono partecipare alle decisioni fondamentali che interessano la collettività. Diversi i candidati giovani. Tanto che nella mattinata di sabato 23 gennaio a Sementina il partito proporrà loro una formazione sul Comune. Via libera da parte dell’assemblea anche al programma per la prossima legislatura allestito da Benedetta Bianchetti (che presto apparirà su www.ppd-lugano.ch ).
Approvata pure la lista parziale per il Consiglio comunale: Giovanni Albertini; Mario Balmelli; Christian Barelli; Lorenzo Beretta Piccoli; Sara Beretta Piccoli; Angelo Bernasconi; Benedetta Bianchetti; Roberta Boga Bonesio; Armando Boneff; Rosanna Brianza (Verdi liberali); Agustina Bruni; Curzio Cambrosio; Luca Campana; Stefano Capuano; Michele Codella; Rosanna Colombo; Federica Colombo Mattei; Anna Conciatore; Paola Degiorgi Terabuso; Raffaele De Tata; Luciano Ferrari; Umberto Gatti; Claudio Giambonini; Davide Giampani; Giuseppe Gianella; Naim Gösteris; Heiter Matteus; Stefan Ilic; Valentina Jovcic; Luca Lorenzetti; Rodolfo Magno; Michele Malfanti; Elena Mancini; Sara Marielli; Franco Marinotti (Verdi liberali); Giovanni Pedrozzi; Angelo Petralli; Nicolao Pifferini; Stefania Poggiati Longoni; Christian Porro; Valeria Rimoldi Butti; Pedro Rodriguez Anton; Simone Schmid; Nicola Skory; Giorgio Soncini; Dalibor Stefanovic; Michel Tricarico; Jody Trinkler; Davide Tunesi e Antonella Veronesi Gaglio.
Lorenzo Jelmini: ‘Tutte le sette persone che abbiamo scelto possono lavorare senza problemi nell’esecutivo’


Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 15.01.’16

PPD Gli azzurri sono concentrati sulla difesa
Lista per il Municipio con Jelmini, Albertini, Beretta Piccoli, Bianchetti, Colombo, Malfanti e Marinotti Approvata in assemblea l’alleanza con i Verdi liberali – L’obiettivo è la conferma del seggio nell’Esecutivo
giuliano gasperi

ElezioniComunali2015Cdt

Tutti attorno ad Angelo Jelmini. Con l’approvazione delle liste nell’assemblea di ieri al Capannone delle feste di Pregassona, il PPD di Lugano comincia ufficialmente il suo viaggio verso le elezioni comunali d’aprile e verso il raggiungimento del suo obiettivo principale: la conferma del seggio in Municipio. La lista per l’Esecutivo è costruita attorno all’uscente Angelo Jelmini – a differenza per esempio di quanto accaduto a sinistra, dove Cristina Zanini Barzaghi dovrà fare i conti con un «lupo di mare» come Jacques Ducry – e comprende Giovanni Albertini (1986, fisioterapista), Sara Beretta Piccoli (1971, igienista dentale), Benedetta Bianchetti (1978, avvocato), Federica Colombo Mattei (1962, architetto), Michele Malfanti (1972, architetto) e Franco Marinotti (1953, imprenditore) dei Verdi liberali, assieme i quali il PPD, con un chiaro benestare incassato dall’assemblea, formerà una lista unica. «Non ci sarà un conflitto – ha assicurato il ministro Paolo Beltraminelli – Loro hanno un carattere più ambientalista, ma i principi sono simili ai nostri». Accompagnati da un frizzante sottofondo musicale, i candidati si sono riuniti per la presentazione ufficiale. «Siamo grandi sarti e impresari – ha esordito Angelo Jelmini – Sarti per cucire in modo sapiente le posizioni in città, impresari perché sappiamo costruire mattone per mattone tante situazioni positive». È poi toccato via via a Giovanni Albertini («è un grande onore per me rappresentare Generazione Giovani»), Sara Beretta Piccoli («grazie a tutti voi per avermi permesso di essere qui: ero una semplice casalinga e ora posso fare qualcosa per tutti»), Benedetta Bianchetti («per me è una nuova sfida, darò il massimo»), Federica Colombo Mattei («sono più tecnica che politica, e spero di rendermi utile con le mie competenze e conoscenze»), Michele Malfanti («è bello avere la fiducia di tutti voi, spero che il mio punto di vista alternativo serva a far progredire») e Franco Marinotti («sono contento di far parte di questa magnifica squadra»). Queste dunque le scelte della Commissione cerca coordinata da Lorenzo Jelmini e composta da Christian Barelli, Claudio Bignasca, Roberto Boldini, Rolf Endriss, Giovanni Pedrozzi, Simonetta Perucchi Borsa, Pedro Rodriguez Anton e, come consulente, Paolo Beltraminelli. «Abbiamo raggiunto l’obiettivo di affiancare ad Angelo Jelmini una serie di persone altrettanto valide – ha spiegato Lorenzo Jelmini – onore a loro per aver accettato il municipale uscente come capolista».

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“Non di solo PIL è fatto il benessere”

Articolo ripreso dal Corriere del Ticino del 09.11.15

Il 13 ottobre scorso si è tenuta a Lugano una conferenza passata forse inosservata per via dei frenetici impegni elettorali del momento, dal titolo «Quale crescita per il Ticino? Sviluppo quantitativo contro qualità di vita?». Organizzato congiuntamente da PPD e Verdi liberali Ticino era il primo di una serie di incontri – il prossimo è in programma per il febbraio 2016 – che si inseriscono nell’ambito di un programma congiunto di conferenze che mira a trattare un tema delicato con effetti non solo economici, ma con impatti rilevanti anche e soprattutto sull’ambiente e l’utilizzo del territorio, quello della crescita.
In questo primo incontro, che partiva dal presupposto che la crescita economica è comunque stata e continua ad essere tuttora parte integrante dell’aumento del benessere nella maggior parte delle regioni del mondo, si è voluto evidenziare che in Svizzera, per contro, abbiamo già raggiunto un tale livello di benessere materiale, per cui lo stesso benessere percepito dal singolo non aumenta più anche se in presenza di crescita economica. Per questa ragione in futuro la crescita di per sé non può restare quale unico rimedio universale risolutivo. Siamo ormai vicini al punto in cui la crescita dell’uno limita quella dell’altro e dunque la soglia di beneficio della crescita per la popolazione intera inizia a scendere o diventa addirittura negativa. Vanno dunque pensate nuove strutture che permettano un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione svizzera, anche quando in futuro la crescita economica non dovesse più esserci.
Del resto la presa in considerazione di tutti i costi esterni (cambi climatici, estinzione delle specie, penuria delle risorse, malattie, urbanizzazione, degrado del territorio) fa sì che l’incremento netto del benessere sia vicino allo zero. Ne deriva che la decantata mancanza di alternative alla crescita economica come chiave dell’acquisita sicurezza del benessere venga messa sempre più in discussione.
Mentre la politica svizzera continua ad orientarsi verso il Prodotto interno lordo quale unico parametro di determinazione di crescita, nel resto del mondo già da qualche anno si osserva come i provvedimenti politici volti ad incentivare la crescita non producano più risultati degni di nota, e la disoccupazione resta irrimediabilmente elevata e i dati congiunturali sono deboli e non costantemente positivi, nonostante gli immensi sforzi degli Stati.
Il tema della crescita è dunque di grande attualità ma invero tuttora pressoché assente nel recente dibattito politico, e l’aver trovato i necessari punti di condivisione di contenuti e convergenza di pensiero in Filippo Lombardi per dar corso a questi incontri è a mio avviso certamente un punto di forza non solo nell’ambito della collaborazione tra i nostri due partiti iniziata con la congiunzione delle liste, ma anche e soprattutto per portare il dibattito pure in sede di politica federale.
Ritengo dunque per la sensibilità dimostrata non solo in particolare su questo tema, ma più in generale su una buona parte di temi che ci vedono come verdi liberali particolarmente attenti nell’ambito della difesa dell’ambiente, di dare il mio pieno appoggio di voto a Filippo Lombardi nel prossimo ballottaggio.

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